CIAO PICCOLA
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Sei stata la prima. Avrò avuto 19 anni, o poco più. La prima volta, t’ho portata a un concertone del bovaro emiliano, al palaeur. Coattus entre coattos.
Poi ci siamo conosciuti sempre meglio. La doppietta non l’ho mai saputa fare granché bene; in compenso, sapevo chiudere bene tutti i tuoi sportelli, che anche quello era già una mezza impresa. Non come quel mio amico, che quella notte lo stavamo disarcionando fuori, in una di quelle curve allegre.
Ti ricordi quella mattina, alle otto meno qualcosa, che abbiamo sgommato dietro quel camion rifiuti che teneva la freccia senza partire mai, e tu te ne sei andata solo un po’ di culo, frenando come una sciatrice esperta, mentre un’altra qualunque di queste utilitarie fighette, di plastica all-inclusive, si sarebbe spalmata alla grande sul posteriore di qeull’elefante?
E quell’altra volta che ti ho sdraiata a manetta sulla via dei laghi, per fare lo stronzo con quello che s’era fatta
Ora sarai nel garage di quel tizio, che è del mestiere e ti rimetterà a nuovo, come meriti.
Più delle salite in prima, non potrò dimenticare quanto tempo c’abbia messo a imparare l’incrociata: alla fine ci sono riuscito, e a vedermi da fuori dovevo sembrare qualcuno che mentre guida, prova una figura di Aikido o di ginnastica artistica.
Più della doppietta mancata, non dimenticherò quelle partenze a razzo mollata la frizione. O quel periodo che la prima non entrava e bisognava partire per forza in seconda.
Non guiderò mai più niente che abbia un volante in ottone, levigato per le dita. Sembrava il timone d’un rimorchiatore.
Non guiderò mai più niente che faccia sudare come te. Eri indubbiamente imbarazzante, già a giugno c’era da portarsi il cambio.
Non guiderò mai più nulla che tossisca come te, di una bronchite autentica, genuina, tutto sommato più che giustificata dai quasi quarant’anni di onorato servizio.
T’ho salutata con due pacchette sulla gobbetta di ferro, senza voltarmi.
VASI COMUNICANTI

Come al solito, sono in vena di consigli non richiesti. Presto mi odierete. Lo so. Forse già mi odiate.
Vi racconterò un fatto che m’è successo.
Era stata una settimana impegnativa, di continui “stop and go”, che pure le frizioni nuove avrebbero grattato alla grande.
Rientro a casa e sono tutti fuori.
Vado in cucina. Prendo un coltellaccio da pane. Controllo che abbia una lama buona, che poi se non taglia bene è seccante. Vado in bagno e mi sfilo il maglioncino neutro che metto per andare in ufficio. Slaccio la camiciola.
Davanti allo specchio, inizio a segare la pelle, pian piano, sempre nello stesso punto. Che tanto è sempre quello, no? Ognuno di noi ne ha uno, è sempre da lì che si entra. Detto fra noi, è sempre bene che non riveliate dove sia il foro. A nessuno, o quasi.
O comunque insomma, prima sottoponete la/il tipa/o a selezioni e prove accuratissime.
Torniamo alla narrazione.
Ho estratto il muscolaccio affaticato, ancora tutto pulsante, e l’ho messo nel lavabo. Era iperteso e sfuggente, scivolava di stress accumulato e sentimenti rappresi.
Ho afferrato un cotton fioc e ho cominciato a spulciare tra vene e arterie. Ce n’erano, di grumi. Eccome.
Come se fosse cerume, ci sono andato dentro pure di indice. Con pazienza certosina, (quando si tratta di noi stessi, la troviamo la pazienza, parliamoci chiaro), ho sturato tutti i condotti dalle schifezze accumulate in eccessi malgestiti, acuti d’altre età e ferite rimarginate da un pezzo, cui i punti andavano tolti già da un bel po’, chè i fili avevano creato zozzeria inutile. Se solo fossi stato un po’ meno tragico. Già.
Ed è lì che ho avuto conferma del sospetto.
I vasi.
Guardate.
I vasi, tra le due parti.
Sono comunicanti.
Comunicanti, cazzo.
Questo secondo me ha un’enorme influenza sul nostro comportamento.
Tra coraggio e calma, ad esempio. Se siete parecchio calmi, troppo calmi, non sarete granché coraggiosi. La vostra vita tutto sommato va bene, no? C’avete tutto. O se non va bene, comunque vi state accontentando. Non avete motivo d’essere coraggiosi. Il coraggio ce l’ha chi va verso qualcosa, chi ha una meta, chi ha un obiettivo. E mentre suda per raggiungerlo non è mai del tutto sereno, finché non c’è arrivato. E’ così. Che poi il tranquillo, si sa, non ha fatto una bella fine.
Tra paura e immobilismo. Se state fermi, non v’è nulla da temere. Ma neanche nulla di cui gioire. Ecco perché c’è una paura bella, una paura che fa star bene, come direbbe il cantante.
Per non parlare di ottimismo e pizze in faccia. Più ne avete prese, meno spererete nel futuro.
I tubicini tra i vasi devono essere fluidi. Liberi. Puliti.
Per essere sereni il giusto e coraggiosi altrettanto. Ovvero vitali, ma non scavezzacollo.
Che palle.
Inizio a parlare come un vecchio saggio, lo so. Sarà l’età? Forse.
Comunque, dicevo.
Mobili, ma senza eccessiva foga. Vigili, ma non spaventati.
Sorridenti, senza essere idioti. Memori di quello che è successo ma senza restarne intrappolati.
Insomma, gente, non lasciate ostruiti i vasi sanguigni.
Fate le pulizie ogni tanto. Trovate un equilibrio.
Che poi le liste d’attesa per andare dal cardiologo sono lunghe, e le visite private costano un botto. Fate pulizia da voi.
Non fumate.
O se fumate, offrite.
Oh, io ora ricucio tutto. E’ meglio. Mica mi posso far vedere così.
Ah, un’ultima cosa.
Come diceva qualcun altro, non mostratelo troppo, in giro, il cuore.
APPUNTO SULLA FINANZIARIA 2007

“Per contestare questa finanziaria scioperano gli autonomi, scioperano gli avvocati, scioperano i notai, scioperano i farmacisti. Gli unici che non scioperano sono i metalmeccanici. E' proprio una buona finanziaria”.
(Il padre di un mio amico, commentando il varo della prima manovra finanziaria dell’attuale governo Prodi).
ESERCIZIO

La trilogia “Ritorno al futuro” è stata una tappa fondamentale della mia formazione personale.
E’ da lì che ho appreso il senso del tempo. Ciò che non dev’essere mutato, per alcuna ragione, e ciò che è lecito attendersi dal futuro, determinate certe premesse. E ciò che può essere fatto per cambiare.
Ho tuttora in mente, come l’avessi visto ieri per la prima volta, DOC che spiega a Martin, lavagna alle spalle e gessetti alla mano, l’importanza di non interrompere la linea retta spazio-temporale. Momenti magici, e parole sante.
Da allora, ogni volta che vedo un coupè argentato tento di rubarlo sopra e portarlo ai famosi 88 miglia all’ora, ma mi bloccano sempre ancor prima che abbia aperto lo sportello. Sono nome stranoto alle forze dell’ordine e alle ASL.
Ma questo è già un altro post.
Ora, invece, voglio che facciate questo esercizio. C’è una parte scritta e orale.
Prendete un foglio.
Tracciate una linea retta. Più o meno retta.
Denominiamo con A un momento ben preciso della nostra vita. Passato, di almeno qualche mese, se non anno. Tracciamo, quindi, un punto, nella parte sinistra della linea retta e scriviamo A.
Denominiamo con B il momento attuale della nostra vita. Tracciamo un
punto sulla linea retta, alla destra di A, e scriviamo B.
A, ne converrete con me, è diverso da B.
E’ diverso nella forma.
A è un triangolino con un tavolino in mezzo. Pare un simbolo da camping.
B è una forma senoidale, messa in verticale. Pare qualche altra cosa, ma non voglio soffermarmi su questo.
E’ sull’esibita e smaccata diversità di questi primissimi, semplici simboli del nostro alfabeto, che voglio soffermarmi.A è diverso da B anche nella fonetica.
Per pronunciare A, spalanchiamo la bocca e lasciamo liberare l’ugola. In puglia, ad esempio, le vocali sono altissime. Poche cose sono più sensuali di certe vocali pugliesi.
Ma andiamo oltre. Scusatemi oggi sono molto distratto.
Per pronunciare B, invece, le labbra si incuneano e poi si schiudono, e parte un suono un po’ gutturale e poi acuto.
E’indubbio. A è diverso da B.
Il nostro passato non è il nostro presente.
Ma se particelle di A persistono in B? Che succede? E che si può fare per debellarle? Già il mio riferimento alla puglia è più A che B.
Se non sapete gestire al meglio queste fasi, succede che finite come Jim Carrey nel film qui sotto, il cui titolo non rende sufficiente merito alla trama, che è invece discretamente riuscito e originale. Il nostro protagonista è qui illusoriamente fiducioso nelle possibilità scientifiche di cancellare la propria memoria.
Cancellare i numeri di cellulare, mi dite?
Cambiare e-mail?
Aspetta, aspetta. Che ho sentito? Cosa? Cambiare sesso?
Tutti rimedi più meno adatti all’uopo, più o meno condivisibili, più o meno radicali.
Forse, basterebbe solo non smettere di ricordarsi che A è diverso da B, e che dunque, transitivamente, B è diverso da A.
E comportarsi di conseguenza.
Raccomando ai pochi, pochissimi affezionati lettori, un weekend più B che A.
BUIO SULLA CITTA’
ROMANI
10:56. “Il treno della metropolitana che proveniva da Furio Camillo è partito con i semafori rossi, di solito credo bisogna aspettare il verde ma in questo caso sono sicuro di aver visto il rosso”. “Dopo l’impatto, la parete si e' sfondata ho dolore alle gambe e ho battuto la testa. Ho visto i feriti a terra, perché lo scontro è stato talmente forte che siamo caduti tutti uno sull’altro”.
11:09. “Ho visto in lontananza le luci della metropolitana, poi il buio” racconta Silvia, mentre si tiene un fazzoletto premuto sulla fronte “e poi l’impatto forte, e più niente. Credo di aver battuto la fronte contro qualcosa e adesso aspetto di andare all’ospedale”.
11:34. “Dentro al convoglio la gente non smetteva di urlare: è scoppiata una bomba, è un attentato, adesso moriamo tutti. Il treno viaggiava tranquillo poi il terribile impatto. Abbiamo davvero pensato tutti che fosse scoppiata una bomba”.
11:55. “Non abbiamo sentito lo schianto ma solo un grande spostamento che ci ha gettato per terra. Mi trovavo nella carrozza più lontana dall'incidente, piena di gente. Inizialmente abbiamo pensato che l’autista avesse lasciato il freno, siamo usciti dal vagone e abbiamo capito. I convogli in fondo erano piegati, tanto fumo, gente che piangeva ed urlava, signore anziane che perdevano sangue dal viso. Una donna che si trovava nell’ultimo vagone della mia metropolitana mi ha raccontato di aver visto un bagliore della metro in arrivo e sentito una lunga frenata”.
IMMIGRATI
“Ero in piedi ma dopo il tamponamento sono andato a sbattere con il viso contro un sedile”. (bengalese di 25 anni)
“Ringrazio Dio per essermela cavata il treno ha prima rallentato, poi ha accelerato improvvisamente. Dopo ho sentito un botto fortissimo, le luci del treno si sono spente e tutto è diventato urla e lamenti. Fortunatamente le luci in stazione sono rimaste accese e sono riuscito a guadagnare l'uscita insieme ad una donna ferita”. (Mohamed, egiziano 40 anni)
PIAZZA VITTORIO
E’ stata riaperta al traffico veicolare piazza Vittorio, dove si trova la stazione della metropolitana teatro dell'incidente tra due convogli della linea A della metropolitana. Sul posto rimangono numerosi giornalisti, fotografi e cineoperatori in attesa di poter accedere nella stazione per visionare il luogo dell'incidente. A causa della chiusura al traffico di piazza Vittorio, questa mattina numerose zone della città sono rimaste paralizzate dal traffico. (ANSA, 12:59).
SOCCORSI
“Uno scenario da panico, gente che scappava da tutte le parti senza punti di riferimento e in cerca di riparo”. E' questa la descrizione di un delegato della protezione civile della Cri di Roma.“E’ stato immediatamente attivato il piano di sicurezza come si fa solitamente in questi casi e poi abbiamo lavorato per stabilizzare la situazione e creare quindi delle vie di fuga e dei varchi per consentire il passaggio dei soccorritori e il trasporto fuori dei feriti” (ANSA, 15:21).
GIORNI COSI’
A causa delle centinaia di telefonate fatte dopo l'incidente della metropolitana in Piazza Vittorio a Roma la rete di telefonia mobile della zona e' andata completamente in tilt. Per circa 2 ore, infatti, e' stato difficilissimo comunicare attraverso cellulari di qualsiasi gestore a causa del sovraccarico della rete. Forze dell’ordine e personale che si occupava dei soccorsi, pur nella difficoltà sono riusciti a comunicare tra loro attraverso una rete speciale d’emergenza, attraverso un numero fisso, che si attiva in casi di gravi incidenti. Cosa ben diversa, è stato spiegato dalle forze dell'ordine, sarebbe avvenuta se invece di un incidente si fosse trattato di un attentato. In quel momento sarebbe invece stato avviato il dispositivo antiterrorismo che prevede il blocco di tutte le comunicazioni e ponti radio in un raggio di chilometri e chilometri. La situazione per quanto riguarda le comunicazioni e' tornata alla normalità dopo circa 2 ore dall’orario dell’incidente. (ANSA 13:21).
In seguito all'incidente avvenuto questa mattina sulla linea A della metropolitana di Roma, anche Mtv Italia ha deciso di sospendere ogni manifestazione prevista oggi nella capitale. Non ci sara' quindi, per oggi, la diretta quotidiana di 'TRL - Total Request Live' da Piazza Augusto Imperatore. (ANSA, 14:32)
Negli uffici del commissariato di polizia Esquilino, in via Petrarca 7, da domani sara' possibile recuperare gli oggetti personali persi dai passeggeri in seguito al tamponamento avvenuto stamani alla fermata Vittorio Emanuele della linea A della metropolitana. E' quanto rende noto la questura di Roma.(ANSA, 20:01).
CHI CI LAVORA
“I cittadini ci chiedono sempre più treni, ma la linea A e' intasata, paurosamente intasata, come un'autostrada dove si sta perennemente in colonna e le distanze tra un treno e l'altro non sono garantite''. Questo per il sovraffollamento cronico della linea. Basti pensare -fanno notare gli addetti ai lavori- ''che sulla A circolano contemporaneamente 33 treni, prima erano 29, e a causa dell'intasamento e del traffico intenso, si accumulano ritardi anche fino a un'ora''. ''Tutto cio' porta a una soppressione di circa 70 corse al giorno e causa uno stress psicofisico a noi macchinisti che non sempre riusciamo a camminare come dovremmo e pure siamo costretti -concludono- a turni forzati e straordinari vista la carenza di personale''. (ANSA 17:23).
SICUREZZA
Il convoglio che stamani ha tamponato l'altro treno della linea metro A sarebbe passato con il semaforo rosso e il macchinista avrebbe avuto l' ok direttamente dalla sala controllo che gestisce il traffico della metropolitana. E' quanto rivelerebbe una registrazione di una comunicazione intercorsa tra il macchinista ferito e il personale della sala. La registrazione e' stata sequestrata dal personale della polizia. (ANSA, 17:36).
POLITICI
“Purtroppo si dimentica che nelle ultime finanziarie c'e' stato un taglio netto sulle risorse alle ferrovie, alle metropolitane e al trasporto locale. Qui si' c'e', caro Storace, una responsabilita' che chiama in causa te quando sei stato governatore del Lazio che ha tagliato i fondi al comune di Roma e chiama in causa il centrodestra che ha fatto altrettanto appunto con i tagli nei confronti degli enti locali e del comune di Roma''. Lo ha detto nell'aula del Senato il senatore dell'Ulivo Esterino Montino. Montino ricorda che la giunta Rutelli e quella di Veltroni ''per rendere sicura la struttura della linea A della Metropolitana hanno investito 200 mln di euro mentre altri 300 sono stati spesi per acquistare le nuove vetture della linea A''. ''Certo - aggiunge - si poteva fare molto di piu' ma a condizione di avere le risorse sufficienti, ma cosi' non e' stato''. Montino si e' detto dispiaciuto per la strumentalizzazione per questo incidente: ''e' come se noi - ha detto - nei cinque anni passati avessimo accusato Berlusconi o il ministro Lunardi di essere responsabili dei 69 incidenti ferroviari che ci sono stati. Di questi, 13 sono stati mortali e le vittime ben 42. Ma non lo abbiamo fatto''. (ANSA, 19:42).
TERRAZZA DEL CAFFÈ IN PLACE DU FORUM AD ARLES

“Ho dipinto un quadro di ambientazione notturna, senza utilizzare il nero”.
1888, Vincent Van Gogh in una lettera al fratello Theo.
QUESTIONI DIRIMENTI

Le Iene di Italia 1 hanno sottoposto cinquanta deputati al drug-wipe, noto test antidroga che svela se si sia fatto uso di stupefacenti nelle ultime 36 ore. A insaputa delle cavie, e dunque con il segreto assoluto. Sedici i casi di positività: uno su tre.
Molto si potrebbe discorrere sugli aspetti etici della vicenda, sul tragico paradosso che chi sia chiamato a legiferare, e dunque porre rimedio ai mali della collettività, sia poi egli stesso compartecipe, complice, reo.
D’altra parte molti potrebbero obiettare che va fatta distinzione tra le varie sostanze, e che comunque trattasi di vita privata dei nostri rappresentanti. E poi esistono varie sedi di giudizio: quello della legge umana, che è forse il tribunale più fallace; quello di Dio, per chi ci crede; quello della propria coscienza, più o meno indulgente, a seconda. Ma non sono questi gli aspetti interessanti, e penne di ben altra foggia potrebbero avventurarsi su siffatto sentiero, che non è per me.
Piuttosto, non so neanche bene il perché, a me è venuta in mente la figura del personaggio tradito. Il marito, la moglie, la fidanzata che dir si voglia, che scoperto l’adulterio dal partner e vuole sapere tutto.
Quante volte?
E come?
E dove?
E ti è piaciuto?
E perché?
Ecco. E’ questo che vorrei sapere.
Dov’è che tirate, o rollate? Nei cessi di Montecitorio, nervosi e di fretta? Al night, da stagionati libertini? In ufficio, con la porta chiusa a chiave, stressati e infelici? O sul lettone di casa, malinconici, insieme alla moglie, alla fidanzata o all’amante?
E poi. Ai vostri collaboratori, offrite? La passate, la miccia?
E da chi vi rifornite?
E a voi, a quanto ve la fanno?
Non è morbosa curiosità, ma legittimo diritto di sapere.
E’ questione dirimente sapere se si tratti di necessità, vizio, vezzo, dipendenza, schiavitù, innocuo passatempo o minore sintomo del vostro male di vivere.
E’ da lì che verrebbe fuori che persone siete.
Avanti. Con uguale anonimato. Rispondano gli stessi cinquanta.
Non vogliamo giudicarvi. Però vogliamo sapere.
Siete i rappresentanti del popolo italiano.
Abbiamo il diritto di sapere che uomini siete.
O no?
LOST IN TRANSLESCION

Si stava come d’autunno le foglie al vento, che un colpo di vento le porta via, e la camionetta dell’AMA poi le spazza, le raccoglie e le trita definitivamente. Ero lì, da solo, a casa, buttato sul letto, telefonino alla mano, incerto e svagato in riva al Rubicone del mio destino: che faccio? La chiamo o non la chiamo? Echi di televisiva memoria mi spingevano a più miti consigli: si dice che gli attori degli spot Sip degli anni ottanta, quelli che proclamavano con acerba voce tali noti fonemi, siano tutti quarantenni depressi a causa della celebrità mancata.
Non foss’altro per conservare quel 4% scarso di q.i. scampato alle tempeste ormonali estive, mi esimo.
Non la devo chiamare. Anche lei c’ha il mio cellulare. Non posso essere io a fare sempre il primo passo. Avete voluto l’emancipazione? Avete o no sfasciato secoli di collaudatissimo ordine socio-politico basato sul feudalesimo? Avete o no minato l’Occidente dalle fondamenta con le vostre menate femministe, che il consumismo e la televisione al confronto vi fanno una ricca pippa?
Pollici sui tasti e non rompete le palle. A voi il primo passo.
E anche tu, non è che perché sei un’attrice fai eccezione.
Alla fine la chiamai io, è chiaro.
Era un po’ tardi. Luci spente, soffuse, oppresse dai tagli di Nonno Romano ai Comuni, accompagnarono la mia Dedra del 1992 nel suo tossoso andare.
Ah, lo so cosa state pensando ora. Ebbene sì, sono andato a prenderla su un auto vecchia di 14 anni e per giunta con sospetta marmitta bucata. Lei che sale e scende da macchine veloci e di grido, lei che è donna di copertina, lei che è tra le donne più desiderate della sfera marterrestre.
Ma io sì, io posso, perché io sono trentasenzalode.
Il portiere dell’Hilton mi aprì la portiera sorridente e rilassato.
“La aspettavamo. Lei è quello che deve scaricare i fichi d’india, vero? Io li adoro i fichi d’india. Dev’essere stato lungo il viaggio da Agrigento”.
Pausa.
“Poi co’ sta maghina…”.
Non lo degnai d’uno sguardo, scesi e aprii l’altro sportello.
Lei, splendida splendente in un soprabitino di cotone che la Rettore sarebbe ammutolita di invidia, salì discreta e sicura.
“Au ar iu?”, faccio io artificialmente disinvolto.
“Fine, thanks, and you?”.
“Ai…Ai pure, cioè, sorri, Ai tuu ai tuu”.
Ci dirigemmo su un lungotevere stracotto di smart e scooteroni. Girammo su piazza Belli e imboccai viale trastevere. Una mia bassa insinuazione sulla compagna di Adamo ruppe il silenzio: “Porc di quell’pu… di E…LA ZTL, CAZZ…!!!”.
“Thirtywithoutlode, is all ok?”.
“Si, sì, iesse, iesse is giast e problem of parchin”.
La infilai in un buco dietro Piazza Mastai con tre ruote su un marciapiede e parte della quarta sulle strisce pedonali di un vicoletto sperduto in cui il costo delle case si aggira probabilmente sulle dodici mensilità al metro quadro. Infreddoliti dalla prima umidità autunnale e timidi, inevitabilmente timidi, dolcemente timidi come lo si è ad un primo appuntamento, scendemmo dall’auto. L’immancabile posteggiatore mi si avvicina. Voglio scialare, anzi più che altro mi devo sbrigare, perché a spiegare a lei in inglese chi è e chi non è questo tizio, sarebbero dolori. Acchiappo tutti gli spicci. Saranno stati quattro euro. Cazzo. Ma era la mia sera, ve l’ho detto.
Data l’ora, c’era solo un ameno luogo dove sapevo si potesse trovar posto senza difficoltà e presto, così da riservare la seconda parte della serata a più romantici passatempi. E quel posto, molti dei miei lettori senz’altro lo conoscono e c’avranno mangiato più e più volte data l’ubicazione più che favorevole, risponde a una sottospecie di pizzeria, peraltro sempre affollatissima, che il ben noto collegadistanza chiama “l’obitorio” mentre io denomino, assai cordialmente, “il siringaro”.
Il soprannome proviene da un aneddoto d’adolescenza. Ricordo con qualcosa di più di mero nostalgico affetto un lunedì di scuola in cui i miei compagni, ancora basiti, raccontavano d’aver trovato una siringa nel cesso del suddetto locale. Nella stessa sera, mi dissero poi, aveva cenato nello stesso locus amenus il noto regista Dari# Argent#, il quale nell’occasione, mi fu riferito, aveva ordinato un piatto di fagioli al fiasco.
Non dubitai mai della veridicità di tutti quegli accadimenti, perché si sa, sono un romantico e adoro le leggende.
Comunque torniamo a noi. Un ragazzo con una camicia un tempo bianca si spacciò per cameriere e ci porse due fogli plasticati, che lei prese a sfogliare incuriosita.
Venni chiamato in causa a soddisfare.
“What’s…baccala…baccalah?”
“Ah, baccalà!”. Rido come un cretino mentre lo dico.
Un cuoco guarda lei, e poi me.
Lei, con piacere. Me, con severità.
“Occhei…baccalà izz laiche e big fisc…”. E poi pensavo “fritto”. Oddio come cazzo si dice friggere in inglese? Dio santo, perché invece di giocare a pallone non ho studiato alle scuole medie, come la professoressa madre di quel mio amico mi chiedeva di fare?
“Ah ok it’s fish. No, I would like a beer and a pizza margherita”.
“Ah margherita ise tomato... end ciiis...end rosmarin, som taims...”.
“Ok, ok it’s enough, I already know, I often eat pizza”.
E poi mi sorride. Sorride d’una dolcezza arcaica e naturale, che vi avrò descritto miliardi di volte per altre donne, dunque vi dovrei risparmiare. Sorride come la luna alla sfera marterrestre nel primo giorno del mondo, sorride e per un istante, udite udite, è mia, perché, detta molto retoricamente, nei miei occhi sono i suoi.
Sul mio viso, lo dico per dovere di cronaca, si disputarono nell’occasione i campionati del mondo di calcio di Feromoni.
L’imbarazzo fa buon gioco, gli sguardi il loro dovere, il mio inglese quel che può. Le parlo del capo e della mia città, di scrittura e arte, di poesia e musica rock indipendente. Ben interpreto la ben nota parte di coatto intellettuale del mio tempo. Lei annuisce, vagamente divertita, anche quando “dasnt understend”. Le pizze le fanno buone, dal siringaro, sottili e gustose. Fecero scena pure quelle.
Un unico errore, quando lei si alza per andare in bagno. Memore della leggenda liceale, le rivolgo un’indiscreta domanda, tradendo una fuorviante agitazione: “Du iu uont det ai cam uit iu?”.
“But…Thirtywithoutlode…what are you saying?”.
Mi si è innervosita. Non ha torto. Cazzo dico?
Attimo di gelo.
“No, no, sorri…sorri…”.
Viola di vergogna, impiego i cinque minuti che lei è in bagno in impudiche preghiere e proposte di scambi e trattative varie con l’Altissimo, che non ho il coraggio di riportare in questa sede.
Uscimmo dal locale e ci tuffammo nell’affollata trastevere. Ma cercai di portarla subito fuori dal chiasso, chè la volevo solo per me.
Via. Al lungotevere alberato.
Scendemmo le scalette fin sotto, sull’argine del biondo fiume, io e lei. Giurai a me stesso che se avessi trovato uno slalom forzato tra pesciratto e indumenti di homeless (sentite come sono politicamente corretto, eh, homeless…) il lunedì, cioè ieri mattina, avrei messo su un ignobile picchetto sotto l’ufficio di Ualter Kennedy.
E invece tutto andò come si deve. Passeggiammo per un po’, e poi ci sedemmo sul ciottolato scosceso. Proseguimmo le nostre conversazioni stropicciate, io col patema del silenzio e del farmi capire e degli argomenti giusti. Lei solo con una leggerezza inarrivabile.
D’un tratto, da una barcaccia gitana, giunse una musica svioloncellata.
“Oh beautiful! It’s…it’s like a tango”.
Si alzò in piedi e mi porse le mani. Non potei dire di no. Buffo, impedito e goffo: fu il picco massimo dell’inadeguatezza. Poi mi guardai intorno. Non c’era nessuno. E allora ballai, addirittura guidai a occhi chiusi un’incerta danza, e lei fu prima solo divertita, poi domata, poi incantata. Come veri ballerini di tango, fummo a millimetri vis a vis. Ruppi il tacito patto e spalancai le palpebre: nella pelle di latte, mirai senza pudore tutte le linee incomuni del tratto esperto e ambizioso che aveva dipinto un dì quel volto, chissà dove, chissà quando, chissà con che musica di sottofondo.

E fu proprio allora che le squillò il telefonino.
Indovinate chi era, il rompic…? Due indizi: fa il regista ed è un nevrotico.
TO BE CONTINUED…
Per ora, invece, sigla di coda, e permettetemi di annoiarvi ancora un po’, coi titoli di coda a cura dei Marta sui Tubi, “Una donna e la sua semplicità”. (Una grandissima chanson!)
HO FATTO FINTA DI PENSARTI COME AD UNA CONCHIGLIA ANCORA CHIUSA,
INVIOLATA DAI CAPRICCI DEL MARE
E POI HO PREGATO GLI DEI CHE NON ESISTONO DI STRAPPARTI AI RIMEDI
CHE FINGI DI ATTUARE PER INCASTRARE INSIEME LE FRASI DI UNA CANZONE SENZA NOTE
IN CUI DICI CHE NON CI SAREBBERO STATE STELLE IN CIELO QUELLA NOTTE
PERCHÈ DIO LE AVREBBE CONSERVATE PER UNA NOTTE MIGLIORE
HO PENSATO A QUANTO SAREBBE STATO BELLO AVERE AVUTO UN CANE DA PORTARE FUORI A PISCIARE...
NON SO NIENTE MA SO CHE COL VENTO CADONO LE FOGLIE...LO SO...
E POI MENTRE ANDAVO AL LAVORO A FAR FINTA DI ESSERE DI BUON UMORE
UN VECCHIO MI TAMPONA E IO HO FATTO FINTA DI SENTIRE DOLORE
ALL'OSPEDALE UN DOTTORE HA FATTO FINTA DI NON CAPIRE
MA PER NON RISCHIARE HA FATTO FINTA DI VOLERMI GUARIRE
TANTO C'ERA L'ASSICURAZIONE
E IO HO FATTO FINTA DI CERCARE, ANCORA UNA VOLTA,
UNA PERSONA VIVA TRA LE MACERIE DI UN PALAZZO CHE NON È MAI CROLLATO
NON SO NIENTE MA SO CHE COL TEMPO CADONO ANCHE LE STELLE...LO SO...
SONO TORNATO E HO FATTO FINTA DI RIORDINARE CASA
SISTEMANDO A CASO, LE COSE, QUASI COME SE FOSSE DAVVERO LA MIA CASA
E NON IMMAGINI LA PENA DI TROVARE IL TUO CUORE-AQUILONE
IMPIGLIATO TRA I RAMI DI UN ALBERO SPOGLIO CHE SPERA ANCORA IN UN SOFFIO DI VENTO
IO NON SONO LA STELLA CADENTE CHE SI FERMA A GUARDARTI PRECIPITARE NEL VUOTO,
MA CONTINUO A PENSARTI COME UNA CONCHIGLIA ANCORA CHIUSA.
INVIOLATA DAI CAPRICCI DEL MARE.
In seguito alle proteste delle associazioni di genitori e delle chiese cristiane d’ogni credo, che hanno vivamente protestato contro la complessiva inquietanza dell’impostazione, ho ritenuto opportuno cambiare l’immagine di profilo.
Ne approfitto per chiedere ufficialmente venia agli eredi Bogart per la pubblica usurpazione.
PLAY IT AGAIN

“Play it again, Sam”.
Coraggio, puoi farlo. Noi qui non ti si chiede altro.
No, no, aspetta, aspetta, aspetta. Non quella, non quella.
Per carità. Ti prego, Sam. Quella la conosciamo. Quella no.
Fanne un’altra.
Nessun blues, nessun soul. Non stasera, non di questi tempi. Ci daresti la mazzata finale a tutti.
Pesca dal cilindro un jazz. O uno swing. O, che so, un twist. Un twist andrebbe benissimo.
Cosa? Sono già troppo avanti?
Cazzo, scusa, è vero.
Beh, allora inventa amico mio.
Inventati qualcosa. Inventa qualsiasi cosa purché non c'impiastricci i piedi come la sabbia in autunno, di quell’umidità bastarda che ti fa passare la voglia. E se le tue note devono proprio sapere di bassa stagione, beh, allora che suonino battenti come grandine, ma pure lievi come la nebbiolina delle nove di sera.
I ritmi che fanno al caso nostro snodano i polpacci, sì, ma allo stesso tempo scivolano via di nascosto, come la foglia d’eucalipto, che quando si stacca inizia a girare e girare e girare su sé stessa, così lenta che a guardarla sembra che danzi, eppure lenta non lo è affatto, ed è a terra in un attimo.
Dobbiamo essere sul parquet, ma vogliamo far finta di non rendercene conto. Non so se mi spiego.
Ce la fai?
Dai. Secondo me ce la fai. Due accordi veloci e via.
Polpastrelli sui tasti e via, senza pensarci, qualcuno è già in pista, sull’onda della pura intenzione, senza una meta.
Fai svolazzare un po’ le gonne a quelle ragazze timide. Le vedi? Vogliamo vederle arrossire, come se s’imbarazzassero per la prima volta, e poi smaliziare un attimo dopo, come se d’improvviso s’accorgessero d’essere donne già da un po’, e non riuscissero a trattenere un sorriso.
Fai alzare il culo a quei gatti sbracati sui divanetti dell’ultima fila. Quelli lì, dai, li vedi? Si sono sputtanati sei delle loro sette vite. In cuor loro rivivrebbero tutte le precedenti allo stesso modo, certo, ma tu gli racconterai perchè si debba vivere l’ultima di più e meglio di tutte le altre.
Facci muovere le code, stordisci per qualche attimo i cuori, getta nell’oblio ricordi e passioni e scadenze e doveri terreni e tutto il resto.
E soprattutto, Sam, non t’incazzare ora che ti dico che abbiamo lasciato i soldi a casa, e stasera non ti beccherai neppure un euro.
La prossima volta non ti chiedo la ricevuta. Promesso. Tanto gli evasori non li vengono neanche più a cercare.
Sono tempacci, Sam. Ma l’evasione fiscale non c’entra niente.
Vedi, le estati passano. E’ la voglia che non passa mai. Ma tanto ormai lo sappiamo, no?
"Voglia? Voglia di cosa?", mi chiedi? Di tante, di troppe cose. No, non fare il malizioso. Lascia stare, sarebbe una lunga storia. Un'altra volta ti dico, Sam.
Ora suona, suona e non ti fermare, amico mio.
Cosa? Che dici?
Oh sì, se hai ragione. Hai ragione da vendere. Porca miseria.
“It’s still the same old story, a fight for love and glory”.