ME SO’ MAGNATO ER FEGATO
(Testo di Franco Califano. Suonata e musicata da Gigi Proietti e Claudio Baglioni, una sera, da Fazio. Vi consiglio vivamente di reperirla)
T’ho incontrata mo’ numm’aricordo quanno
Me dicesti che parevo Marlon Branno
Per l’appunto io te so’ piaciuto tanto
Per l’appunto
Press’a poco t’ho guardata hai preso foco
Nel tuo cuore ho fatto un buco, press’a poco.
“Si vediamo?” io t’ho chiesto quella sera
Tu, de corsa: “sei venuto a sta’ co’ me!”
T’ho incontrata, mo’ numm’aricordo quanno
Me dicesti che parevo Marlon Branno
Per l’appunto io te so’ piaciuto tanto
Per l’appunto
Press’a poco t’ho guardata hai preso foco
Nel tuo cuore ho fatto un buco press’a poco
“Si vediamo?” io t’ho chiesto quella sera...
Tu, de corsa: “sei venuto a sta’…”
“Co chi?”
“Co’ me!”
Me so’ magnato er fegato e quello che c’è intorno
Amore amore amore amore amore
Amore un corno!
E co’ st’amore utopico sai che c’ho guadagnato
C’avevo un bel lavoro e mo’ me sento un disgraziato
Sai, sai che ce metto ad anna’ via
Ormai ma chi me vole, ma nemmanco mamma mia!
A crede nelle favole, ammazza che tramvata
Nun gliela faccio più
Mannaggia a te... e a quando sei nata!
Ti ho donato tutto quanto di me stesso
Me so’ stato zitto e bono sino adesso
Nonostante fossi un poco titubante nonostante
Puta caso me sartava solo un po’ de puzza ar naso
Quante volte avresti chiuso puta caso
Ma a quel tempo io ci credevo nell’amore
Nell’amor che m’ha fatto sta co’ te
Me so’ magnato er fegato e me lo magno ancora
Ogni volta che ripenso che tu sei la mia signora
Me so’ magnato er fegato e non ho mai strillato
'na volta che l’ho fatto tu me c’hai pure mannato
E sai, sai che ce metto ad anna’ via
Ma ’ndove voi che vado?
Io rimango tuttavia
L’amore è tanto bello ma peccato che non dura
Non voglio di’ che è brutto ma però...
E’ ’na fregatura!
INEVITABILMENTE
E insomma erano le dieci e mezzo di giovedì sera, ero appena tornato a casa dal corso e avevo una gran fame. Mia madre aveva invitato tre amiche per giocare a bridge e mio padre s’era arreso al fato. Li trovai tutti ancora a tavola, con alcune vivande ancora nei piatti. Mio fratello, scaltro come un gatto del colosseo, s’era ritirato in volontario esilio in camera nostra.

Purtuttavia, attratto dalla ricchezza delle cibarie, cedetti alle lusinghe materne e mi misi a tavola. E mangiai di gusto.
Poi Maria Luisa, un’amica di mia madre, prese a parlare. Una sua amica sessantenne si stava rifacendo una vita con un tizio.

Non mi interessai al discorso: versai un po’ di Chianti nel bicchiere, mi girai un po’ a sinistra sulla sedia, comodamente, da un lato, accavallai le gambe e presi a pensare.
I miei due neuroni e mezzo iniziarono a palleggiare frasi, pensieri, situazioni e vita vissuta di quel giovedì.

Eh ma se t’è stato detto così avresti dovuto rispondere così. Epperò se avessi risposto così ti sarebbe stato detto così. Eh ma quindi, poi, ci troveremmo in questa situazione da qui a quattro cinque giorni. Evvabbè potrebbe anche andar meglio, dai, potrebbe anche finire in quest’altro modo. Giusto. Vero. Si però aspetta. Con la luna in capricorno, potremmo anche virare decisamente di qui a un mese. Giusto. Ma aspetta, tu credi all’oroscopo? Come no, con Saturno in ariete, ti ricordi che è successo, a marzo scorso? Ma no dai, non si può credere a ’ste cose. Bisogna essere razionali: se t’è stato detto così, devi fare così. Ma no, aspetta, non fare il disfattista.
E così via.
Normalissimi pensieri di fine giornata, insomma. Se non che, penso che somatizzai. Ovvero i miei occhi, il mio respiro e qualche nervo facciale riprodussero all’esterno, in parte, la dottissima conversazione che si stava tenendo nel condominio della mia mente. Non me ne resi conto, però, è una mia supposizione. Ciò che so, è che a un certo punto mi voltai al tavolo e li vidi, uno a uno.
Mio padre. Rivolto a me, mi guardava interrogativo.
Mia madre. Rivolta a me, mi guardava interrogativa.
Maria Luisa. Rivolta a me, mi guardava interrogativa.
Le altre due commensali non ebbi il coraggio di guardarle.
Poi Maria Luisa mi parlò.
“Ma perché, scusami, allora vuoi dire che se non è una persona di buona cultura è colpa sua?”.
“Ma chi?”.
“Questa mia amica”.

Sorrisi, mi alzai da tavola, e abbozzai qualche scusa di circostanza.
Sono tuttora indeciso se chiedere il numero di un buon analista o anticipare le ferie di natale con qualche giorno di malattia.
NANCY E RYAN

Ryan assaggiò un po’ di pollo e alla seconda bottiglia di birra iniziò a rilassarsi. Ma nel rilassarsi si rese conto che stava succedendo qualcosa. Nancy gli sedeva vicina, di fronte, un ginocchio abbronzato quasi a toccargli la poltroncina. Tra le mani teneva un pezzo di pollo, e lo mordicchiava senza togliere gli occhi di dosso a Ryan. Poi sorseggiava il vino e tornava a guardare Ryan da sopra l’orlo del bicchiere. Infine si scostava i capelli dall’occhio e li lasciava ricadere. Mangiarono in silenzio, e lui lasciò che il tutto gli facesse effetto. Ben sistemato nella poltroncina, la sigaretta accesa, conscio della ragazza dai capelli scuri che gli stava vicino e gli lanciava occhiate roventi, Ryan non poté fare a meno di dirsi, Guarda che ti stanno mettendo in mezzo.
(Elmore Leonard, “Il grande salto”)
IO E LA TROMBA

Stasera, stasera mi ci vorrebbe una di quelle camel light di quando ancora fumavo, che poi, poi erano MS col pacchetto più nobile, e mi ci vorrebbe un suono di tromba, lieve e allungato e melodico quel che serve, e divanetti soffici su cui sdraiarsi, e nessun bisogno di dire nulla, solo guardare il soffitto, aspirare e buttar fuori, aspirare e buttar fuori, e occhi, tanti occhi, tutti quelli che volete, che di quando in quando s’incrociano gli uni con gli altri ma, ripeto, senza il bisogno di dir nulla, aspirare e buttar fuori, aspirare e buttar fuori, fumo, nicotina e fumo, mentre la musica ci porta lontani, ci spazza sulle onde di spiagge conosciute, ci incastona su una cima di montagna ingelita dal vento d’un’estate lontana, e ci mette accanto visi amati, tutt’intorno, quelli che un dì misero il sale nell’esistenza e segnarono la linea di confine tra quel che potevamo essere e quel che siamo.
Oh…ma che sigaretta m’avete dato? Ma che c’è dentro? Oh? Cazzo c’abbiamo trent’anni, ma che scherzi so’? Ancora ste puttanate? Ma dai! Ma no! Ma porc…! Ma cazz’!
Vabbè, ok, ho capito, ho capito, ho capito, sto zitto, sto zitto.
Musica, musica…
LA TERRA DI MEZZO
Una pioggia improvvisa ci coglie sul finire d’un pomeriggio adolescenziale.
Cinque uomini a fare le “vasche in centro”, come si dice da noi, senza alcun pudore. Non fosse che abbiamo tra i 27 e i 30 anni, nulla ci sarebbe di anomalo. Fischiare alle donne, sfottere. Senza cattiveria, sia chiaro, che noi s’è personaggi del bene. C’è solo da scacciar via i pensieri.
"Altro che ‘Ecce bombo’… sembriamo ‘ecce bombolo’", dice uno spaesato puntofla.
Si vivacchia in questa terra di mezzo, in questo guado che sembra non finire mai. E forse, a questo punto, mi sento di poter dire molto serenamente di non averlo neppure scelto, ’sto limbo di cui tanto si parla. Questo è il tempo che vivo. Raccolgo il paradenti come Cinderella man, e sorrido.
Dedico a tutti miei amici, vicini-lontani reali-virtuali affezionati- litigati che siano, la canzone qui sotto. E’ di Riccardo Sinigallia, s’intitola “Amici nel tempo” ed è molto bella.
Amici perduti nel tempo
come i nostri indirizzi
per messaggi mai mandati affidati ai sogni
spiegati al vento
ladri rubati
ex compagni di classe cambiati
brevi scene che gli anni non potranno mai portarci via
come padri di famiglia senza moglie e figli
lasciati andare persino dalla polizia.
Ora qui è un difficile incontro
che sembrava lontano
è possibile perdersi
e la gioia è a portata di mano
ora e qui la gioia è a portata di mano.
Leggendari viaggiatori
dentro casa coi genitori
amici bruciati andati persi
e ritrovati in un secondo di una sera a cena
amici veri per un'ora
che non ricordo più.
Ora qui è un difficile incontro
che sembrava lontano
ed è possibile perdersi
ma la gioia è a portata di mano
ora e qui la gioia è a portata di mano.
E si ricorda di noi
in un posto qualunque
per una strana somiglianza
o per la paura di rincontrarti qui.
Ora qui
ora che la gioia è a portata di mano.
IL GIORNO DELLA SERPE

Ore 9 e 15. Periferia romana.
Foglie secche danzano a un soffio di vento come fiocchi di neve. Tutto è terribilmente struggente come il “dolce e fatale” di Silvestri. Vorrei potermi convincere che non è nulla, che sia solo il volto invernale dello scirocco che pettina gli alberi a giugno. Non è senz’altro nulla di nuovo, mi si dirà, no, non lo è. Ed è vero.
La meraviglia allora sta tutta nella spontaneità con cui il ciclo vitale si ripete di stagione in stagione, nonostante le brutture dell’umanità inquinino la linfa più del polonio nel sushi.
Ma forse, forse la vita è eterna e siamo noi ad essere di passaggio.
Io mi lascio incantare dalla suggestione, complice un lentissimo Samuel sparato nei padiglioni.
La serpe mi guarda con insistenza, dritta negli occhi e mi dice “scendi dalla nave”.
SALE

Il comitato direttivo ha ordinato 1500 bandiere dell’Udc…
Senza nulla chiedere ai diretti responsabili!...
Ogni bandiera è lunga
Sono stampate su poliestere e costano 2 euro e 60 l’una: mi sa che una me la compro!...
Wow…
E poi c’è l'orchestra di Demo Morselli…
Non sto più nella pelle…
Sarà un sabato da sballo!!!...
In fede,
il lato oscuro di trentasenzalode