DEL VARCO SULL'ORLO DEL GIA' ACCADUTO
Brutte notizie rischiano un po’ di rovinarmi la festa.
Perché tu, tu non dovresti essere nei miei pensieri, non adesso.
Perché ieri non c’eri, nei miei pensieri, e oggi non ci sarai.
E tanto meno domani ci sarai, ne sono triste-felicemente certo. Che poi, cazzo, proprio ’sta settimana ti doveva succedere ’sta cosa?
Tanto nulla posso fare, e questo s’è detto. E nulla potrai fare neanche tu. E nulla vorresti che facessi, probabilmente. Il problema non si pone.
Il dado è tratto. Da tempo.
Si gioirà, o si perirà, manu propia, quindi. E questa oggi, mi pare la più preziosa delle consapevolezze. Si salti, si salti pure, senza paura, come se fosse ciò che s'è fatto da sempre, e vada come vada, e amen, almeno-stavolta-finalmente-cazzo tutto dipenderà da noi, non c’entrerà nessun altro, o nessun’altra. Sarà nostra cura. Nostro merito. O nostra responsabilità. Insomma, sarà una cosa nostra, in ogni caso.
D’altra parte, cos’è mai un varco? Una porta. Alla fine lo si passa e via, si mette il culo su un sedile e ci si sveglia da un’altra parte. E magari, ad ammorbidirmi le grinze attorno agli occhi, ci sarà un sorriso di bimba. Magari sì, magari no.
Pazienza se ci verrà in mente il passato, ogni tanto. Pazienza. Passato prossimo o remoto che sia, noi adesso lo sappiamo, perché ce lo disse anche il saggio, in un commento sul vecchio blog, sul blog serio e socialmente impegnato, sul blog coi jeans belli e la giacca di velluto.
“L’unico passato buono è quello di verdure”.
Grazie. Non ce lo siamo dimenticato, e non ce lo dimenticheremo.
Comunque sì, avete capito benissimo, il dado di cui parlavo, il dado che fu tratto, era un dado da cucina.
MORDECHAI'S VERSION
“Comunque vada a finire” le dissi “voglio che tu sappia che non ho ucciso Boogie”.
“Ti credo”.
“Sarò fuori di qui in una settimana” continuai, sperando che ripeterlo ad alta voce lo avrebbe fatto diventare vero. “Nel frattempo mi sto facendo alcuni amici piuttosto interessanti. Metti che un giorno mi servisse incendiare la casa, o l’ufficio…ora conosco un tale che per una cifra ragionevole è disposto a farlo. E sai una cosa? Qui dentro non sono l’unico innocente: chi più chi meno, siamo tutti vittime di un errore giudiziario. Ad esempio, c’è uno accusato di aver fatto a pezzi la moglie con l’ascia perché gli metteva le uova nel piatto col tuorlo di sotto. Lo sai com’è andata veramente? Dunque, è successo che la moglie ha avuto un attacco di vertigini ed è rotolata a testa in giù dalle scale fino in cantina, andando a sbattere proprio contro l’ascia, che purtroppo era appoggiata con la lama verso l’alto, e lui si è sporcato la camicia di sangue cercando di soccorrerla. Davvero. Ti prego, non piangere. Non resterò qui a lungo, vedrai”.
(Mordechai Richler, La versione di Barney, Adelphi, 2000)
SPROLOQUIUM
Questo blog non ha più senso.
Immagino che questo lo pensino in tanti, vecchi e nuovi lettori. Ha un astrattismo micidiale, ostentato, smodato. Chi commenta lo fa solo per affezione verso il sottoscritto. Credo. E io, devo dire, se così stanno le cose, gli sono grato. Un brindisino a voialtri. Sono senz’altro molto lontani i tempi in cui da questo url si sferzava società, politica e autobiografia. Ora come ora, questo blogghetto è il termometro della mia anima. Serve a me, non a chi legge; scrivo, e poi quando rileggo mi chiedo “come sto oggi? Vediamo…Ha smesso di piovere? Forse…”. Una specie di terapia, come mi diceva tempo fa uno scrittore vero. Insomma, alla fine ce l’ho fatta a rispondermi: il blog, semplicemente, serve solo a chi lo scrive, non a chi lo legge.
Considerato che questo url è stato creato quasi due anni fa, e che questo blog ha già subito una cancellazione, posso ben dire d’aver tempi di comprensione piuttosto tardi.
UN SABATO QUALUNQUE, UN SABATO ITALIANO
Tutto nacque da un’accusa di qualunquismo, lanciata da uno stregatto qualunque, di cui qui sopra riporto uno scatto.
“Ma no!”, risposi io, non sono un qualunquista. Io sono un uomo delle riforme.
In realtà, ero solo Alice. In un Paese che non si sarebbe rivelato essere, esattamente, quello delle meraviglie. Ma di altre cose. Che sono qui a narrarvi.
E insomma, innanzitutto eccomi qui, questo sono io. Anche qui, un’immagine in dono ai posteri.
Nella città che fu di Zanna e Colas, di Silvia e di Luca che si buca ancora, dei brizziani Alex e Aidi, giunsi in treno un assolato mattino d’inizio primavera.
Il cappellaio matto, generoso sensale di vite alternativamente vissute, tardava ad arrivare in stazione, e così, ancora sul binario, venni presto avvicinato da un inserviente di chiara origine.
“Sei napoletano anche tu, vero? Beh, te lo dico subito: qua a Bologna lavoro n'ce ne sta’”.
Raccolsi con pazienza l’accoglienza, e ricambiai con un sorriso, tanto più che poi l’amico giunse alla meta, e leggiadri come funghi velenosi, potemmo subito gettarci felici nel torpore del sabato bolonnese.
Si fece presto l’ora del pranzo, e così io, il cappellaio matto, lo stregatto e un di lui amico pasteggiammo a tortelloni e vino rosso nella trattoria che un tempo fu tana del guccio, così come oggi lo è di radical-chic al ragù.
Un omaggio bianco e nero al cappellaio matto, via.
Il pomeriggio passò lieve, tra portici e amaro Montenegro, nel ridente giardino del bianconiglio.
Un omaggio accalorato anche al bianconiglio via, Lewis Carroll e Walt Disney apprezzerebbero, è il minimo che si possa fare per loro, in fondo gli ho fottuto la storia.
Ma presto mi si svelò un arcano. Un oscuro, periglioso, dimenticato arcano.
M’era stato promesso, per la tarda serata, un barbecue di carni scelte. M’era stato promesso un convivio spassionato in un luogo ameno della gioventù socialmente impegnata del capoluogo emiliano. A nulla erano valsi gli avvertimenti di possibili, eventuali, divaricazioni rettali, ove se ne sentisse il bisogno.
Gli occhi di Alice nel paese delle meraviglie vedevano, come sovente accade al genere umano, solo ciò che volevano vedere. Oppure, oppure mi sfuggì il nesso.
Fatto sta che, a notte già alta, la sorella del bianconiglio sorrise divertita del mio smarrimento.
“Beh, non è il mio locale preferito”, le dissi.
“Neanche il mio”, ammise lei di rimando, anch'ella lievemente imperplessita dagli accadimenti.
E allora capii. M’era stata tesa una trappola. Alice nel paese delle meraviglie come il portavoce dell’attuale Presidente del Consiglio.
“Mmmhhh…”, sogghignai.
Su tre delle quattro pareti del centro sociale campeggiavano proiezioni di individui dello stesso genere che fornicavano amabilmente. Su un giaciglio blu notte, a mezza sala, uomini nudi s’alternavano in evoluzioni di reciproche affettuosità, mentre la folla, assai variopinta per sesso, età, religione e condizione sociale, seguiva gli accadimenti con voyeristico interesse.
Più di tutto, stupì il mio sguardo un giovine più o meno dell’età mia e dei miei compari, che in siffatto, inusuale, contesto, non faceva mistero d’appartenere ad un'associazione giovanile alle cui gesta anch’io, a suo tempo, ho preso parte. Uniforme perfetta, pantaloncini corti di velluto su scarpe da trekking, maglione blu su camicia azzurra, fazzolettone al collo su cui era stata affibbiata una fettuccia di pelle con su scolpito “COERENZA”, costui s’aggirava per la sala da inizio sera, con fare guardingo e ramingo, tappi nelle orecchie e una bottiglietta d’acqua tra le dita.
Come prima m’era sfuggito il nesso, ora mi sfuggiva il senso compiuto di tale bizzarra presenza.
Volutamente, mi sfuggì? Forse che forse.
Ebbi l’ardire di chiederglielo, in fila al cesso, ma ricevetti solo una risposta ovvia, quanto fugace.
La verità arrivò solo più tardi. Eravamo fuori del fabbricato, a riposare l’orecchio e le narici, e ristorare di malto le nostre membra, quando un trionfante bianconiglio, festoso come un paparazzo con le foto del vippazzo, mostrò a tutti la scarna verità d’una marmotta, non più giovane, avvinghiata a un maglione di lana ispessito da spalle larghe.
A nulla valsero le mie repliche accorate: tornati nell’arena, assistemmo di persona a quanto i pixel c’avevano già narrato.
A poche ore dal mattino spedii sms di malcelata mancanza, e tornai alla magione del cappellaio matto consapevolmente, stoicamente, fieramente qualunquista.
FUGA
E’ dolce, e insieme terribile, eppure anche supremo, raggiungere la consapevolezza di non possedere null’altro che la propria libertà.
DIGESTIVO

Vabbe’, no, inutile far finta di niente. Non è il 28 novembre 2006, le cose non torneranno mai più come allora. Non possono. E’ l’11 marzo 2007 (quasi 12, questione di minuti).
M’accontento, anzi godo, che male non sono stato e probabilmente, male non starò; che tra poco è primavera, seppure il sole è ancora troppo palliddino. Che frattanto, posso pure già ballarmi la canzonetta della prossima estate, con prudencia, elegancia y con un lento movimiento de panza.
Sapete che c’è, gente?
Quasi quasi smetto anche di correr dietro al Dott. Destino, rigido contabile di queste nostre esistenze sempre più spasmodiche, sempre più frullate, sfilacciate. Sia pure lui a venirmi a cercare, se vuole, sotto le spoglie di chi crede. Io sono reperibile dove sa, col ghignetto stampato in faccia che lui sa. E non è una paresi, il ghignetto, elli sa anche questo, ma divertito disincanto delle cose del mondo, dono prezioso ricevuto non da madre natura, ma da incontri, reali e virtuali, da qualche buona lettura, da pizze in faccia, da occhi buoni ma autentici, e sinceri.
Che il vento ponentino sia con voi tutti, gente, ovunque voi siate. Un sorriso non seppellirà i nostri guai, veri e inesistenti che siano, ma senz’altro darà loro una dimensione molto vicina a quella reale.
ESTEMPORANEA D’UN VENERDI’
Nel cielo di Roma c’è un sole quasi irruento. Camicia, maglione e giubbottino di pelle sono anche eccessivi. Ci sarebbe da andare a imbrunirsi al mare o sugli argini del biondo lurido, ma ormai è solo questione di settimane. Si fa, si fa, presto si fa. Di fronte a tutto questo c’è solo da sorridere, appena timidi, dietro gli occhiali da sole più coatti che si possiedono.
Vi s’augura a tutti un fine settimana più che bello, più che giusto, da sud a nord, da est a ovest, dal Trullo a Torpignattara, da Prati Fiscali a Trigoria.

La rete di Amantino riappacifica col calcio in quanto gioco di istinto, gesto atletico, astuzia.
Stasera c’è gratitudine immensa, per lui e checco e gli altri, nell’aere capitolino.
Invece, ad essere politicamente scorretti, la rissa dell’Inter a Valencia è l'ennesima riprova che non c’è nulla che possa unire una squadra di calcio come una bella rissa.
Gli interisti non li si era mai visti così affiatati.
TRENTA, SBAGLI CANDEGGIO
Ahi, ahi, ahi. Ohi, ohi, ohi.
Giorni fa mi si diceva “sbagli candeggio”. Che avesse ragione?
Una mail di troppo, una malinconia troppo scoperta mi turbano l’equilibrio neuronico. Non avrei dovuto. Non dovrei. Non Dovetti. Saprò perdonarmi, saprò alleggerirmi? Forse. Forse che sì. Oppure, oppure procederemo di licenziosità in licenziosità? Forse. Forse che sì. In attesa che le ombre si dipanino, che io stesso le dipani. Anche col phone, se necessario, proprio io che lo uso nisba da dieci anni buoni.
Mi s’accusa deliberatamente di scarso lecchinaggio. Cattivo umore. Psicopatologie varie. Virtuosismi letterari impropri atque non riusciti. E domande inopportune. Ma in tutto questo, a dir la verità, la mia preoccupazione è un’altra. Comincio a temere che di qui a poco mi ritrovi a giocare a golf. La panzetta c’è.
Insomma, se dovessi esprimermi in termini di weltanshaung, direi che è tutto troppo secco, irto, raggrinzito. Cioè non tutto, non capite male, non fate doppi sensi. Suvvia, non tutto. Diciamo che basterebbe levigare, smussare. Anzi che dico, non cambiamo metafora. Basterebbe lavare. Risciacquare. Asciugare. Stendere. Piegare. Riutilizzare. E poi ripiegare, nuovamente. E via ricominciando, con letizia.
E allora sì,il golf potrebbe davvero essere un pericolo scampato.
p.s.1 : voi che ammorbidente usate?
p.s.2 : se qualcuno di voi si alza e va al bancone, per me un rum di tre anni, liscio grazie, e un bicchiere d’acqua.
SENO E COSENO DELL’ESISTENZA
Che qui si sia arrivati a dover ringraziare il senatore Marco Follini è testimonianza lapalissiana dell’assurdità della vita.