UN SABATO QUALUNQUE, UN SABATO ITALIANO
Tutto nacque da un’accusa di qualunquismo, lanciata da uno stregatto qualunque, di cui qui sopra riporto uno scatto.
“Ma no!”, risposi io, non sono un qualunquista. Io sono un uomo delle riforme.
In realtà, ero solo Alice. In un Paese che non si sarebbe rivelato essere, esattamente, quello delle meraviglie. Ma di altre cose. Che sono qui a narrarvi.
E insomma, innanzitutto eccomi qui, questo sono io. Anche qui, un’immagine in dono ai posteri.
Nella città che fu di Zanna e Colas, di Silvia e di Luca che si buca ancora, dei brizziani Alex e Aidi, giunsi in treno un assolato mattino d’inizio primavera.
Il cappellaio matto, generoso sensale di vite alternativamente vissute, tardava ad arrivare in stazione, e così, ancora sul binario, venni presto avvicinato da un inserviente di chiara origine.
“Sei napoletano anche tu, vero? Beh, te lo dico subito: qua a Bologna lavoro n'ce ne sta’”.
Raccolsi con pazienza l’accoglienza, e ricambiai con un sorriso, tanto più che poi l’amico giunse alla meta, e leggiadri come funghi velenosi, potemmo subito gettarci felici nel torpore del sabato bolonnese.
Si fece presto l’ora del pranzo, e così io, il cappellaio matto, lo stregatto e un di lui amico pasteggiammo a tortelloni e vino rosso nella trattoria che un tempo fu tana del guccio, così come oggi lo è di radical-chic al ragù.
Un omaggio bianco e nero al cappellaio matto, via.
Il pomeriggio passò lieve, tra portici e amaro Montenegro, nel ridente giardino del bianconiglio.
Un omaggio accalorato anche al bianconiglio via, Lewis Carroll e Walt Disney apprezzerebbero, è il minimo che si possa fare per loro, in fondo gli ho fottuto la storia.
Ma presto mi si svelò un arcano. Un oscuro, periglioso, dimenticato arcano.
M’era stato promesso, per la tarda serata, un barbecue di carni scelte. M’era stato promesso un convivio spassionato in un luogo ameno della gioventù socialmente impegnata del capoluogo emiliano. A nulla erano valsi gli avvertimenti di possibili, eventuali, divaricazioni rettali, ove se ne sentisse il bisogno.
Gli occhi di Alice nel paese delle meraviglie vedevano, come sovente accade al genere umano, solo ciò che volevano vedere. Oppure, oppure mi sfuggì il nesso.
Fatto sta che, a notte già alta, la sorella del bianconiglio sorrise divertita del mio smarrimento.
“Beh, non è il mio locale preferito”, le dissi.
“Neanche il mio”, ammise lei di rimando, anch'ella lievemente imperplessita dagli accadimenti.
E allora capii. M’era stata tesa una trappola. Alice nel paese delle meraviglie come il portavoce dell’attuale Presidente del Consiglio.
“Mmmhhh…”, sogghignai.
Su tre delle quattro pareti del centro sociale campeggiavano proiezioni di individui dello stesso genere che fornicavano amabilmente. Su un giaciglio blu notte, a mezza sala, uomini nudi s’alternavano in evoluzioni di reciproche affettuosità, mentre la folla, assai variopinta per sesso, età, religione e condizione sociale, seguiva gli accadimenti con voyeristico interesse.
Più di tutto, stupì il mio sguardo un giovine più o meno dell’età mia e dei miei compari, che in siffatto, inusuale, contesto, non faceva mistero d’appartenere ad un'associazione giovanile alle cui gesta anch’io, a suo tempo, ho preso parte. Uniforme perfetta, pantaloncini corti di velluto su scarpe da trekking, maglione blu su camicia azzurra, fazzolettone al collo su cui era stata affibbiata una fettuccia di pelle con su scolpito “COERENZA”, costui s’aggirava per la sala da inizio sera, con fare guardingo e ramingo, tappi nelle orecchie e una bottiglietta d’acqua tra le dita.
Come prima m’era sfuggito il nesso, ora mi sfuggiva il senso compiuto di tale bizzarra presenza.
Volutamente, mi sfuggì? Forse che forse.
Ebbi l’ardire di chiederglielo, in fila al cesso, ma ricevetti solo una risposta ovvia, quanto fugace.
La verità arrivò solo più tardi. Eravamo fuori del fabbricato, a riposare l’orecchio e le narici, e ristorare di malto le nostre membra, quando un trionfante bianconiglio, festoso come un paparazzo con le foto del vippazzo, mostrò a tutti la scarna verità d’una marmotta, non più giovane, avvinghiata a un maglione di lana ispessito da spalle larghe.
A nulla valsero le mie repliche accorate: tornati nell’arena, assistemmo di persona a quanto i pixel c’avevano già narrato.
A poche ore dal mattino spedii sms di malcelata mancanza, e tornai alla magione del cappellaio matto consapevolmente, stoicamente, fieramente qualunquista.
