DEL VARCO SULL'ORLO DEL GIA' ACCADUTO
Brutte notizie rischiano un po’ di rovinarmi la festa.
Perché tu, tu non dovresti essere nei miei pensieri, non adesso.
Perché ieri non c’eri, nei miei pensieri, e oggi non ci sarai.
E tanto meno domani ci sarai, ne sono triste-felicemente certo. Che poi, cazzo, proprio ’sta settimana ti doveva succedere ’sta cosa?
Tanto nulla posso fare, e questo s’è detto. E nulla potrai fare neanche tu. E nulla vorresti che facessi, probabilmente. Il problema non si pone.
Il dado è tratto. Da tempo.
Si gioirà, o si perirà, manu propia, quindi. E questa oggi, mi pare la più preziosa delle consapevolezze. Si salti, si salti pure, senza paura, come se fosse ciò che s'è fatto da sempre, e vada come vada, e amen, almeno-stavolta-finalmente-cazzo tutto dipenderà da noi, non c’entrerà nessun altro, o nessun’altra. Sarà nostra cura. Nostro merito. O nostra responsabilità. Insomma, sarà una cosa nostra, in ogni caso.
D’altra parte, cos’è mai un varco? Una porta. Alla fine lo si passa e via, si mette il culo su un sedile e ci si sveglia da un’altra parte. E magari, ad ammorbidirmi le grinze attorno agli occhi, ci sarà un sorriso di bimba. Magari sì, magari no.
Pazienza se ci verrà in mente il passato, ogni tanto. Pazienza. Passato prossimo o remoto che sia, noi adesso lo sappiamo, perché ce lo disse anche il saggio, in un commento sul vecchio blog, sul blog serio e socialmente impegnato, sul blog coi jeans belli e la giacca di velluto.
“L’unico passato buono è quello di verdure”.
Grazie. Non ce lo siamo dimenticato, e non ce lo dimenticheremo.
Comunque sì, avete capito benissimo, il dado di cui parlavo, il dado che fu tratto, era un dado da cucina.
